Ogni crisi dei social commerciali produce la sua ondata di iscrizioni al fediverso, e ogni ondata si ritira lasciando dietro di sé una percentuale di chi resta. Dopo anni di questo ciclo, la rete federata non assomiglia al «nuovo Twitter» che qualcuno aveva promesso: assomiglia a una infrastruttura pubblica, piccola e stabile, con una popolazione che ha smesso di crescere per moda e ha iniziato a crescere per scelta.
Le istanze italiane sopravvissute hanno due tratti in comune: una comunità con un’identità precisa — un tema, un territorio, una professione — e qualcuno che paga i server con trasparenza, tra donazioni e qualche ente che ci ha messo il bilancio. Dove l’istanza era solo «un posto dove stare», la manutenzione ha vinto sull’entusiasmo e i nodi hanno chiuso.
La novità più solida è istituzionale: enti pubblici e testate che pubblicano sul fediverso non per ideologia ma per controllo — niente algoritmo di mezzo, niente cambi di proprietà che riscrivono le regole, archivi che restano raggiungibili. Per chi fa comunicazione pubblica è una polizza, più che una piazza.
La moderazione federata resta il punto dolente: ogni istanza decide per sé, le liste di blocco circolano in modo informale, e l’utente medio non capisce perché da un nodo si veda un contenuto e dall’altro no. Gli strumenti migliorano, ma la fatica amministrativa è reale ed è il primo motivo di chiusura delle istanze medie.
Il bilancio, alla fine, è meno epico e più interessante delle profezie: il fediverso non ha sostituito nessuno, ma ha dimostrato che un social può funzionare come un bene comune — a patto di trattarlo come tale, manutenzione compresa.
Luigina Massa
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